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Storytelling è “tenere aperto”

Immediatamente dopo l’analisi, c’è una fase fondamentale e imprescindibile dello storytelling: la progettazione.

Se analizzare è, sostanzialmente, trovare il lettore giusto per le nostre storie, credo che progettare significhi dare una direzione, guidare l’ascoltatore all’interno di un percorso narrativo. Gli obiettivi stanno alla base del progetto e devono essere condivisi con il pubblico (utilizzando la storia stessa) in modo da rendere tutto più coinvolgente e immersivo.

È ovvio che, quando gli obiettivi della storia e quelli del pubblico coincidono, come storyteller, abbiamo fatto centro.

Ma può succedere che qualcosa stia oltre la progettazione, specialmente quando si lavora con l’autenticità dei racconti: quando si esce a “girare”, quando si va sul campo ad intervistare, ad incontrare le persone che vivono l’azienda.

Quando ho iniziato a lavorare con Matteo Bellizzi, e quindi a portare un po’ di tecnica del documentario all’interno del corporate storytelling, mi sono segnato una cosa importante che mi ha detto: il modo migliore per lavorare con la realtà è quello di “tenere aperto” sempre. In pratica si tratta di progettare la storia riservandosi di uscire con le telecamere in piena serendipità. Cioè la capacità di cogliere quello che succede, indipendentemente da ciò che viene pensato o scritto, e portarlo a casa.

Magari ne esce qualcosa di buono. Al di là della stretta progettazione.

Un paio di sabati fa, con tre allegre ragazze (studenti in enogastronomia), siamo andati in giro per le campagne risaiole alla ricerca del risotto perfetto. Sì per lavoro, anche se potrebbe non sembrare. Il progetto narrativo è ben definito, ve la faccio breve: le tre ragazze girano per i territori coltivati a riso e cercano il risotto perfetto incontrando varie figure, una signora anziana, una famiglia, alcuni organizzatori di feste, uno chef. Alla fine troveranno il risotto perfetto, ma non faccio spoiler.

storytelling tenere aperto

Girando alcune scene in una cascina abbiamo “tenuto aperto” perché casualmente ci siamo imbattuti in Chiara Sgaramella e Nadia Pugliese, due delle vincitrici, insieme a Paola Pasquaretta, Fabio Roncato e Silvia Rossi, del bando “Atlante Energetico” promosso dal GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e la Fondazione Spinola Banna per l’Arte. Si tratta di una esperienza di residenza e formazione dedicata ad artisti under 35 attivi sul territorio nazionale promosso grazie al contributo della Compagnia di San Paolo.

Il progetto Atlante Energetico (pensato dall’artista Elena Mazzi) si snoda in diversi percorsi che continuamente si intrecciano e dialogano tra di loro. Il tema principale che verrà investigato è quello dell’energia, che viene qui declinato in variegati aspetti che coinvolgono il territorio piemontese, il suo paesaggio e una delle sue risorse alimentari principali: il riso.

Le opere nate da questo lavoro di ricerca interdisciplinare sul paesaggio e sulla storia delle risaie saranno esposte presso la Fondazione Spinola Banna dal 24 al 30 di giugno (leggi i dettagli).

Chiara ci ha spiegato: “Ho creato una collezione itinerante di documenti che illustrano l’influenza del riso sulla geografia e la cultura di territori diversi e distanti tra loro. Nadia ha ritratto le terre di baraggia facendo ricorso ad antiche tecniche di fotografia. Paola ha curato una raccolta di short stories ispirate a Larizzate (VC), un borgo che in passato viveva di risicoltura. Le sculture in cera d’api di Fabio incarnano invece le suggestioni del paesaggio liquido della risaia mentre il lavoro di Silvia indaga le valenze nutritive e simboliche del riso, alimento fondamentale in numerose culture, esplorando le dimensioni sottili del concetto di energia.

“Tenere aperto”, secondo me è questo, cercare storie nelle storie, seguirle e lasciarsi contaminare.

Sì, anche al di là della progettazione.

 

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