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Storie nelle quali stare bene…

le scarpe sono di Mafe, la foto di Tatiana Cazzaro (grazie ad entrambe)

Tra il week end e lunedì ho visto “I sogni segreti di Walter Mitty” e ho conosciuto Mafe De Baggis.

Mafe è venuta come speaker ad Hangar in Bottega Miller, l’appuntamento mensile in cui si vola alto, come concetti, come ospiti, come pubblico e ci si sporca le mani con argomenti tosti. Mentre Walter Mitty non è venuto in Bottega ma, le sue storie, hanno avviato un pensiero che Mafe ha completato, quasi come se anche lei avesse partecipato alla produzione. Magari lo ha fatto eh, non metto limiti alle sue capacità…

Qui c’è un piccolo spoiler, per il senso del post potete anche evitarlo se non avete ancora visto il film:

c’è una scena in cui un personaggio chiave -fotografo- confessa al protagonista che spesso non scatta la foto perché vuole stare dentro a quel momento, vuole tenerlo solo per sé, viverlo in primissima persona.

Pensandoci bene è una delle sensazioni che lo storyteller deve scatenare nel pubblico: lo deve far trovare dentro la storia, completamente immerso, coinvolto. Questa esigenza da parte del pubblico, credo sia ancora più accentuata se il media è un social network: i Facebookiani vogliono una loro storia, i Twitteriani un’altra declinazione della stessa, gli Snapchattiani una storia che sia loro, ma per poco tempo… Mi ricollego quindi all’hangar tenuto da Mafe e in particolare ad una espressione: il pubblico deve avere voglia di stare dentro la storia.

Come è possibile farlo? Non è una invenzione degli ultimi anni, è una vecchia regola del web, probabilmente da quando esistono i blog e i blog aziendali e recita più o meno così:”dai un buon motivo a chi legge il tuo sito per tornarci”.

Mafe la attualizza perché ora non esistono più solo i siti web ma molteplici canali sui quali possiamo raccontare miliardi di storie ma che hanno un obiettivo fondamentale: costruire un pubblico. Questo hangar mi ha fatto elaborare una definizione del mio lavoro a cui sto pensando sempre di più, ve la condivido:

“Aiuto le persone e le imprese a scoprire che hanno un pubblico, come è fatto e come coinvolgerlo”

…e, credetemi, la parola ‘pubblico’ contiene parecchie sfaccettature della strategia e della pratica dello storytelling. Se vogliamo raccontare storie di marca o personali che costruiscano un pubblico dobbiamo metterci nei panni dei nostri ascoltatori e trovare come la storia del nostro prodotto o servizio si incastra con la loro, cosa ha a che fare…dove agisce.

Come dicevano i Depeche Mode: “Try walking in my shoes”, al posto dei Depeche metteteci il vostro pubblico e il gioco NON è fatto…ma potrebbe servirvi come mantra. 

Ecco lo storify di Hangar 3 – 14/03/2016 con Mafe De Baggis

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