Matteo Balocco UX Design Storytelling
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Prodotto, design o storia?

Bottega Miller è, ad oggi, un luogo abitato da persone. Si da il caso che queste persone facciano i lavori più diversi, abbiamo:

  • un regista
  • un coach di impresa
  • due web designer (uno pilota anche i droni)
  • una editor
  • uno storyteller (che è quello che sta scrivendo, se non si fosse capito)

E un UX Designer che “Raccoglie desideri, progetta esperienze, misura risultati. Organizza eventi. Scrive libri. Si nutre prevalentemente di orsetti gommosi, prosecco e fragole ghiacciate.” (descrizione da sito web di Bottega), Matteo Balocco, che è anche Product Manager per Tok.Tv.

Tok.Tv è una piattaforma che interagisce con le app delle squadre sportive e le fa diventare veri e propri social network dedicati ai tifosi. Praticamente, mentre segui la partita in TV, puoi interagire con chi la sta guardando, magari, dall’altra parte del mondo. Puoi mandare suoni, urla, incitamenti, immagini. Leggete qui tutti i dettagli http://www.tok.tv/ 

Matteo si occupa del prodotto, di cosa ‘dare in mano’ al pubblico: quali sono gli elementi della piattaforma, come devono essere fatti, quali funzionalità devono avere. Insomma deve confezionare qualcosa che le persone ‘vogliono’ utilizzare, ecco perché “raccoglie desideri, progetta esperienze” e soprattutto “misura risultati”.

Il processo di design di un prodotto è qualcosa di affascinante che coinvolge una serie di elementi tra cui il pubblico. Le imprese, spesso, se lo dimenticano, concentrandosi troppo sul prodotto stesso.

Parlando di storytelling per le aziende mi rendo conto che spesso non riescono ad accantonare il prodotto in favore delle persone che lo utilizzano, cosa ne dici Matteo?

Le aziende devono (uso le tue parole) “accantonare” il loro caro prodotto o servizio, nella misura in cui si tende a dare troppa importanza all’artefatto e troppo poca alle ragioni per cui questo artefatto esiste. Se proprio vogliamo andare alle origini di un prodotto o servizio, questo è quasi sempre il punto d’incontro di almeno due istanze (semplifico molto, ma è giusto per impostare un dialogo).

La prima istanza è rappresentata dalla visione che una persona, un’azienda, ha della società nel medio lungo termine. Come vivremo tra 10 anni? In che modo la mia azienda sarà parte di questo stile di vita?

La seconda istanza è rappresentata dai bisogni degli utenti e, direi, più di ogni altra cosa dalle motivazioni alla base di questi bisogni. E questi bisogni vivono nel medio-breve termine: voglio muovermi velocemente, voglio essere sempre raggiungibile, voglio poter passare il tempo mentre mi sposto in treno dalla casa al lavoro.
Il prodotto è un nodo, un’occasione per mettere in confronto la visione a lungo termine di un’azienda con i bisogni a breve termine degli utenti. Dove si debba posizionare lo storytelling in questo contesto non sta a me dirlo. Il mio parere è che più si pone sull’asse della visione, più è stabile e – potenzialmente – suggestivo. Più si pone sull’asse dei bisogni e più è volubile ma gratificante.

Quindi in ogni caso la risposta è “dipende”. Dipende dalla storia dell’azienda, da quelli che sono le finalità della narrazione d’impresa. Per esperienza direi che la narrazione raramente si limita a un singolo prodotto, bensì riguarda un ecosistema. Cercherei comunque di non glorificare né la figura del visionario, dal momento che la sua visione deve comunque passare dalla validazione del pubblico, né quella degli utenti, i quali sono mossi spesso da ispirazioni da soddisfare subito.

Cosa vuol dire che il pubblico può “partecipare” alla storia del prodotto?

Come dicevo prima il pubblico può e deve partecipare a livello di design. Il suo compito è di validare, con gli strumenti che la ricerca mette a disposizione, le assunzioni di prodotto e, salendo di gerarchia, la visione generale del top management.

Quali sono le accortezze da avere?

L’accortezza è quella di non chiedere direttamente agli utenti cosa desiderano, perché non daranno mai risposte utili e sincere al 100% (c’è un libello carino dal titolo “The Mom Test” su questo argomento), quanto osservarli per capire le ragioni del loro comportamento in un determinato contesto.

Esiste un confine tra volontà degli utenti e progettazione/realizzazione del prodotto?

L’importanza di una validazione continua della bontà delle scelte progettuali da parte degli utenti è ovvia, ma non porta ad alcun reale valore competitivo se non è combinata con la prospettiva originale che arriva dalla visione del management. Il compito di chi fa design o gestione del prodotto è quello di tracciare questo confine, che è mutevole nel tempo.

Esistono delle caratteristiche di un prodotto ‘narrativo’? Quali sono?

Il prodotto è “narrativo” nella misura in cui è parte della visione di cui parlavo prima o risponde alle esigenze contestuali degli utenti.

Hai qualche idea dell’evoluzione futura del rapporto prodotto/pubblico, cosa ci possiamo aspettare?

Non so quale possa essere l’evoluzione nel futuro. Mi limito a osservare che siamo nel pieno del successo di un rapporto fortunato tra prodotto e pubblico rappresentato dal crowdfunding. Tra l’altro servizi come Kickstarter, IndieGogo, Produzioni dal Basso, sono essi stessi la dimostrazione pratica dell’incontro tra una visione (il DIY elevato a business) e l’esigenza degli utenti (essere early adopters, pionieri). Cosa può mettere in crisi questo modello? La riproducibilità tecnologica che consente all’industria cinese, per esempio, di intromettersi in questo processo con produzioni a basso costo e commercializzazioni più rapide degli stessi prodotti crowdfunded.

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