L’anziano e snapchat

storytelling snapchat

Maggio. Primavera. Interno SnapChat.
Decido di snappare il mio gatto Lucio: gli lancio un elastico, lui lo rincorre, lo prende e lo riporta. C’è tutto: immediatezza, gattino e genuinità della ripresa home made. 
Cominciano ad arrivare le prime visualizzazioni ed uno dei miei contatti mi manda una chat con l’emoticon “cool”. Mi sento in dovere di ringraziare con un più vetusto “grazie”
Il mio estimatore risponde:”Ah ma sei vecchio”. Lo snap precedente era il mio faccione che diceva “prova di Snappata…” dove si notava la canuta barba incolta.

Come inizio non c’è male, capisco subito che la piattaforma è per giovani. E fin qui, lo dicono tutti (anche il mio nuovo amico, che la rete l’abbia in gloria!). Ma poi comincio a chiedermi come si potrà usare questo nuovo social adattandolo all’arte dello storytelling? Contando che il pubblico è prettamente adolescenziale, quale brand, azienda o prodotto ne farà uso e come? Come si potrà sviluppare un racconto su una piattaforma i cui contenuti durano 24 ore e poi spariscono? Ma soprattutto, non è meglio smettere di farmi domande e cominciare ad usarlo?

Infatti.

La mia prima, primissima idea è stata quella di usarlo per una sorta di “Snap serie”, cioè costruire una narrazione a puntate. E le puntate dopo 24 ore spariscono! Meraviglioso, questo vuol dire che, se ti sei perso la puntata, bohn, basta, non la vedrai più!

Ho scritto “prima, primissima” ma ho anche scritto che dovevo “cominciare ad usarlo”.

Infatti.

E ora parlo a te: titolare della PMI, della microimpresa, gestore di negozio, bar, ristorante che hai deciso che il tuo pubblico è giovane e quindi sta su Snapchat, ti do un consiglio, uno solo:

“usalo con la pancia”*

 

* mostrati spontaneo, vero, coerente, gioca a carte scoperte, parla delle tue passioni, fallo usare ad un tuo dipendente, collaboratore, non pensare ai numeri, dì agli altri che snapchatti e scherzaci su, sperimenta, racconta, interagisci e poi arricchisci questo elenco di cose a tuo piacere. Scherzi a parte, questo nuovo social credo possa contribuire a tracciare un bel confine tra imprese che raccontano storie e quelle che davvero fanno storytelling, anzi, storydoing…

Quella della “Snap serie” è una boiata, lo dico per te che leggi e non sei Coca Cola o roba così.

Se poi lo sei, chiama che ci mettiamo d’accordo. 

Dove vanno le storie?

storie all'estero

Spesso le storie appartengono ai luoghi e viceversa.

Sono convinto che le narrazioni siano fatte per muoversi ed essere portate ovunque da chi le ascolta e vuole prendersi la responsabilità di condividerle. Esistono storie universali, in qualsiasi posizione geografica hanno lo stesso effetto e la stessa potenza, altre, invece non hanno la stessa forza a diverse latitudini.

Questi concetti li deve conoscere bene anche una azienda che vuole fare storytelling. Una delle domande che ci si deve fare nell’analisi del lettore è “quali sono i luoghi di conversazione?” e dobbiamo ricordarci di inserire anche le considerazioni geografiche e culturali.

quello che può succedere potrebbe essere questo:

Sembra assurdo, ma in ambito PMI, capita raramente che ci si renda davvero conto che quando ci si mette su internet si diventa (tecnicamente) raggiungibili da tutto il mondo. La domanda “dove sta il tuo lettore” trova una risposta parziale o spesso non viene nemmeno considerata. Ma quando lo scopo è dialogare con l’estero diventa fondamentale.

Max Giovagnoli nel suo libro “Transmedia: storytelling e comunicazione” parla di deodorizing come di una operazione “finalizzata ad evitare problemi di compatibilità culturale dell’azione promozionale con territori o tempi diversi da quelli originali”. L’analisi deve essere fatta quindi in modo approfondito e le storie che ne conseguono devono incastrarsi perfettamente nella cultura e nei gusti del pubblico di quella posizione geografica.

Sono stato invitato a parlare di corporate storytelling all’evento “Andare all’estero con fiducia” organizzato dalla Scuola di Impresa Borgo Castellania e avrò l’occasione di confrontarmi su domande importanti per chi vuole far narrare la sua impresa al di fuori dei confini nazionali:

  • Dove vanno le storie? Dove vuoi portare il tuo pubblico?
  • Dove vuoi che il pubblico porti il tuo racconto?
  • Dove sono le storie del tuo pubblico?

Se avete le risposte oppure volete anche solo confrontarvi vi aspetto, qui trovate le indicazioni e il programma completo.

Una piccola provocazione per concludere, siamo sicuri che il modo di leggere e percepire le storie sia differente solo all’estero? Quando incide la cultura ‘locale’ italiana? Il nostro lettore è regionale, provinciale, nazionale?

Resettarsi per raccontare: Hangar 4 con Andrea Fontana

Hangar Miller con Andrea Fontana

ph. credits: Simonetta Pozzi

Andrea Fontana mi “resetta”. Da sempre, tutte le volte che leggo o ascolto i suoi interventi riesce a darmi un motivo per azzerare alcuni miei pensieri sullo storytelling.

Azzerare, nel mio rapporto personale con i contenuti di Andrea, vuol dire dare una sistemata alla metodologia di lavoro. Significa fermarsi, mettersi in ascolto con un block notes bianco come se non avessi mai sentito parlare di corporate storytelling (o quasi). Mi sono reso conto di questo effetto in due momenti particolari: al master IULM di cui ho già parlato (qui), e durante la quarta puntata di Hangar Miller: “Le 10 quasi verità dello storytelling” con Andrea Fontana appunto.

Vi condivido il momento in cui ho azzerato, è stato quando ho twittato così:

 

Considerare, prima di tutto, l’utilizzo delle storie vuol dire girare sul lato pratico l’interazione con un pubblico. La narrazione di un prodotto, ad esempio, potrebbe subito diventare qualcosa di materiale, di tangibile. Prima, dopo o durante l’ascolto della mia storia cosa può fare il pubblico? Può modificarla? Può semplicemente leggerla/ascoltarla? Può viverla fisicamente? Può completarla?

L’idea che mi sono fatto è che ‘usare la storia’ sia un concetto contenitore, dentro il quale stanno la volontà di coinvolgere: il tipo di pubblico, i luoghi e le esperienze di interazione, gli strumenti con i quali il pubblico agisce. Come ha detto Andrea, il design dell’esperienza narrativa diventa cruciale.

In termini pratici: a chi vuoi raccontare la tua storia e come deve usarla?

Ho trovato un esempio di CocaCola che mi è piaciuto molto, la storia è quella della bottiglie (del riciclo in generale) di plastica e dei loro tappi, l’utilizzo è guidato da Coca Cola ma tagliato sui pubblici a cui racconta.


PS: l’idea del “reset” l’ho presa da questo post molto interessante sulla leadership.

Ecco lo storify di Hangar 4

 

 

 

Lo storyteller non serve

no storyte storytelling or storyteller

“Da grande voglio fare lo storyteller”

mi ripeto costantemente quando le attività che mi capita di fare non sono proprio in linea con questo intento. Già, perché nel mondo della “comunicazioneatrecentosessantagradi” è difficile che, al primo colpo, si riesca a fare quello che si vuole (o per cui si è studiato). Specialmente per uno storyteller.

Quindi si gestiscono le pagine fan, si scrivono i testi per un sito, si preparano comunicati stampa, si twitta, si instagramma, si pinna (come suona male…) e, ultimamente, si snapchatta. Nell’ottica di imparare, migliorarsi e arrivare sempre più vicini a quello che vogliamo che sia il nostro lavoro. Quello vero.

Io voglio fare lo storyteller e il 13 maggio concluderò il mio percorso di master in Storytelling Specialist alla IULM.

Prima del corso, gennaio di quest’anno, ho letto e studiato ‘per conto mio’ sui testi di riferimento del panorama italiano e non, quindi potrei considerarmi non proprio di primo pelo ed in ogni caso, anche con la chiusura del corso, preferisco essere sempre una Beta Version dello storyteller completo (se mai esistesse…).

Lo storyteller è un comunicatore. La mente umana funziona da sempre attraverso schemi narrativi, qualsiasi cosa viene percepita meglio e ricordata più a lungo se è inserita in una narrazione. Questo è molto chiaro alle imprese (e a chi le guida), specialmente negli ultimi anni, da quando il termine storytelling ha assunto i caratteri di buzzworld (parola di moda) ed è sulle labbra di ogni titolare, amministratore delegato, proprietario, artigiano o professionista che si rispetti.

E qui viene il punto.

Quello che non è chiaro, a mio avviso, è che ci sono delle situazioni in cui lo storyteller non serve.

Buona parte della prima lezione di Andrea Fontana ha definito che uno storytelling specialist di imprese non serve quando, ad esempio, dovete scrivere una biografia della vostra azienda, le descrizioni del vostro prodotto o servizio, rivedere i testi del vostro sito, oppure, realizzare alcune foto al vostro personale. Senza dimenticarsi dei social network: non ti serve uno storyteller se devi scrivere una serie di post su Facebook anche se vuoi che “siano una specie di serie TV” con post sequenziali, a puntate. In sostanza storytelling non è scrivere una storia, in qualsiasi forma vogliate declinarla (audio, testo o video).

Storyteller non è la traduzione letterale di narratore. In modo particolare per le imprese.

Esistono degli ottimi copywriter, fotografi o videomaker, professionisti  della narrazione a cui bastano alcune idee per fare dei lavori spettacolari e carichi di emozione. Ognuna di queste figure non è detto che sia un corporate storyteller ma un corporate storyteller deve conoscere come interagire con loro perfettamente e, se sviluppa competenze visual, di testo o di strumenti non deve mai anteporre i tecnicismi alla sua essenza di storyteller.

Mi sto sempre più convincendo quindi che il mio lavoro sia quello di far rendere conto alle imprese che esiste un pubblico, che ha un nome e cognome, che ha una storia di vita. E questi racconti rimangono un punto di partenza imprescindibile per ogni tipo di comunicazione, soprattutto per riuscire a raccontare storie di azienda che incontrino il pubblico e che portino a far diventare prodotti o servizi memorabili.

Mi viene in mente, e ve lo lascio come pensiero su cui discutere, che esiste una differenza tra “fare storytelling” ed “essere storyteller” e sta ad ognuno di noi trovare il modo di far convivere le due cose…voi come fate?

Be More Human – storie di narratori

be more human reebok diana

pic. credits: gentile concessione di mia moglie (quella più vicina al mondo Reebok in famiglia…)

“Qui, non siamo eroi, ma semplici narratori.”

Reebok predica bene e razzola male, in senso positivo però. 

Perché la sua campagna è interessante, almeno per due punti di vista che vi voglio condividere:

Prima di tutto il cliente deve essere il nostro eroe, ma diventa “eroe al quadrato” quando gli permettiamo di raccontare la sua storia. In questo caso non si parla di identificazione ma chi racconta diventa anche il protagonista in prima persona, eroe – narratore. Nonostante Reebok non voglia rivolgersi ad eroi, lascia però il pacchetto completo al pubblico, permettendogli di scegliere di scrivere la sua storia e quindi di diventare l’eroe del suo stesso racconto.

Il secondo elemento che voglio condividere è l’aggettivo ‘semplice’. Riporta il mondo della palestra e del fitness al “muoviti anche tu che stai facendo le scale per prendere la metropolitana e sei stato seduto in ufficio tutto il giorno”, questa frase e il claim “Be More Human” richiamano immagini di persone che faticano per raggiungere un obiettivo ma che NON sono perfetti supereroi definiti e pettinati. Sono me. 

Su entrambe le considerazioni metto in evidenza la ‘centratura’ di questi due concetti:

Break Your Selfie: il selfie è una forma di racconto di noi stessi, al limite della patologia per qualcuno, nel quale vogliamo comparire in prima persona, belli affascinanti o circondati da persone o contesti quantomeno ‘invidiabili’. Reebok ci inviata stravolgere il racconto nella sua parte estetica, invitandoci a dare l’immagine di sofferenza nell’atto sportivo.

Badges of Honor: avete presente i capelli perfetti di un Cristiano Ronaldo qualsiasi? Dimenticateli. Ciò che raconta di chi si sforza di raggiungere il suo obiettivo, nella vita come nello sport, sono le cicatrici, i tagli, le sbucciature. Sono i segni di chi fallisce ma è ancora lì che combatte e cerca di arrivare al tesoro finale. Le storie più potenti sono quelle che parlano di fallimento e risurrezione (quante volte l’avrò già detto? 😉 )

PS: Reebok non è nuova a queste narrazioni che incontrano il pubblico ‘comune’, guardate qui sotto, correva l’anno 2003. Secondo voi, che tipo di pubblico vuole coinvolgere?

Storie nelle quali stare bene…

storie storytelling mafe de baggis

le scarpe sono di Mafe, la foto di Tatiana Cazzaro (grazie ad entrambe)

Tra il week end e lunedì ho visto “I sogni segreti di Walter Mitty” e ho conosciuto Mafe De Baggis.

Mafe è venuta come speaker ad Hangar in Bottega Miller, l’appuntamento mensile in cui si vola alto, come concetti, come ospiti, come pubblico e ci si sporca le mani con argomenti tosti. Mentre Walter Mitty non è venuto in Bottega ma, le sue storie, hanno avviato un pensiero che Mafe ha completato, quasi come se anche lei avesse partecipato alla produzione. Magari lo ha fatto eh, non metto limiti alle sue capacità…

Qui c’è un piccolo spoiler, per il senso del post potete anche evitarlo se non avete ancora visto il film:

c’è una scena in cui un personaggio chiave -fotografo- confessa al protagonista che spesso non scatta la foto perché vuole stare dentro a quel momento, vuole tenerlo solo per sé, viverlo in primissima persona.

Pensandoci bene è una delle sensazioni che lo storyteller deve scatenare nel pubblico: lo deve far trovare dentro la storia, completamente immerso, coinvolto. Questa esigenza da parte del pubblico, credo sia ancora più accentuata se il media è un social network: i Facebookiani vogliono una loro storia, i Twitteriani un’altra declinazione della stessa, gli Snapchattiani una storia che sia loro, ma per poco tempo… Mi ricollego quindi all’hangar tenuto da Mafe e in particolare ad una espressione: il pubblico deve avere voglia di stare dentro la storia.

Come è possibile farlo? Non è una invenzione degli ultimi anni, è una vecchia regola del web, probabilmente da quando esistono i blog e i blog aziendali e recita più o meno così:”dai un buon motivo a chi legge il tuo sito per tornarci”.

Mafe la attualizza perché ora non esistono più solo i siti web ma molteplici canali sui quali possiamo raccontare miliardi di storie ma che hanno un obiettivo fondamentale: costruire un pubblico. Questo hangar mi ha fatto elaborare una definizione del mio lavoro a cui sto pensando sempre di più, ve la condivido:

“Aiuto le persone e le imprese a scoprire che hanno un pubblico, come è fatto e come coinvolgerlo”

…e, credetemi, la parola ‘pubblico’ contiene parecchie sfaccettature della strategia e della pratica dello storytelling. Se vogliamo raccontare storie di marca o personali che costruiscano un pubblico dobbiamo metterci nei panni dei nostri ascoltatori e trovare come la storia del nostro prodotto o servizio si incastra con la loro, cosa ha a che fare…dove agisce.

Come dicevano i Depeche Mode: “Try walking in my shoes”, al posto dei Depeche metteteci il vostro pubblico e il gioco NON è fatto…ma potrebbe servirvi come mantra. 

Ecco lo storify di Hangar 3 – 14/03/2016 con Mafe De Baggis

La bella storia di Petaloso

petaloso crusca storia

Ognuno di noi ha degli influencer, qualcuno che un po’ ti indirizza, ti condiziona, ti fa scoprire cose nuove. Io ne ho molti ma ultimamente ne sto frequentando uno in particolare, vi condivido un suo post di qualche giorno fa:Matteo Bellizzi on Petaloso

A mio avviso la faccenda Petaloso ha tutte le carte in regola per diventare storytelling, perché il nostro eroe Matteo (non il mio influencer, dico il bimbo, quello del neologismo) ha una missione da compiere: far accettare la parola alla comunità. Ed è proprio la comunità, che avrebbe dovuto svolgere il ruolo dell’aiutante, che diventa un ostacolo…a questo punto va superato.

Anche la mia prima idea è stata quella di fare qualcosa per diffondere sui social l’utilizzo di Petaloso (con un’hashtag, una pagina, coinvolgendo amici e social media cosi…) ma, per fortuna mi sono imbattuto nel post dell’altro Matteo che mi ha fatto pensare immediatamente ad un’altra parola da poco entrata nel vocabolario italiano: “fantozziano”. Quanto ci ha messo? più di 40 anni. Come è successo? Esattamente come per i racconti che diventano parte della vita di chi li ascolta, è riuscito ad entrare nella comunità in modo profondo e ormai è una parola senza tempo, senza generazioni.

Quindi come finirà questa storia dall’incipit ispirante? E anche in questa risposta c’è molto storytelling: la parola petaloso è stata consegnata a noi, riusciremo a farla sopravvivere ai like, ai markettari, ai social media manager, alle vampate del virale?

Le storie hanno nome e cognome

storie come pallonate

Fine anni ’80 circa. Campo della società calcistica di quartiere “Belvedere”, allenamento misto esordienti -11 anni circa- e giovanissimi -13 o 14 anni- . Un gagliardo Benedetti scaglia una pallonata verso il gruppo dei quattordicenni e non vedendosela ritornare urla perentorio:”ouh, palla! palla!”.

Un ragazzo biondo e alto (da lontano non sembrava così tanto alto, giuro), si mette la palla sotto braccio, parte dalla metà campo in cui si trovava, si avvicina e sferra una pallonata ad altezza pancia. Il Benedetti non è più gagliardo.


Non sono tanti quelli a cui piace essere chiamati “ouh” oppure “tipo”, “coso”, “senti”. Si preferisce di gran lunga essere chiamati per nome.

Ultimamente mi sto sempre più convincendo che funzioni così anche per le storie: ci chiamano per nome. Diversamente non otterrebbero risposta.

Per me il nome è diventato prezioso, me ne sono appropriato con il tempo, cercando l’origine, chiedendo ai miei perché l’avessero scelto, poi le storpiature e le prese in giro di amici e compagni, l’arrivo dei nikname sulle chat e la scelta di Macs per ‘fare la differenza’ dagli altri Massimo in oratorio, che dura anche oggi sui social.

Tutte le volte che qualcuno mi chiama per nome è come se subito si creasse un collegamento. Non esagero ma provo un senso di vera soddisfazione.

Individuare il pubblico per le nostre storie di impresa non è semplicemente cercare un target, un prospect, non è solo scartabellare un C.R.M. (quando c’è).  Sto scoprendo che è qualcosa di più profondo: è trovarselo davanti, guardarlo negli occhi. Addentrarsi tra i suoi bisogni, vedere i suoi obiettivi, le sue paure, immaginare dove possano essere i suoi posti sicuri, le sue certezze. I suoi tesori.

L’investimento in termini di tempo e concentrazione è alto, il ritorno è quello di conoscere i propri pubblici, costruire relazioni, vendere meglio. Oppure possiamo continuare a prendere pallonate, noi e le nostre storie. 

Ah, una domanda: ma voi ce l’avete un CRM? Quante colonne ha? Io ne sto aggiungendo alcune davvero divertenti: “sport”, “animali”, “film preferiti”, “hobby”… 😉

ph. credits: Bruno on Flickr 

Scrivo poco ma ascolto molto

hangar miller gigi tagliapietra ascolto

E’ proprio così: è periodo di intenso ascolto, nella vita e sul lavoro. Vi risparmio il racconto di quello che sto ascoltando nella vita, ma sappiate che mi sta facendo davvero bene. Prestare attenzione, in generale, fa bene, non siete d’accordo?

Per quanto riguarda il lavoro sono in continuo ascolto, da quando sono in Bottega Miller le storie si inseguono e mi piovono addosso con una forza pazzesca e determinante per la mia crescita. In questo post voglio condividere quello che ho ascoltato dal secondo Hangar, organizzato in Bottega e tenuto da Gigi Tagliapietra.

“Mastro Tecnologo”, imprenditore con una specifica competenza professionale nelle reti di computer e nella sicurezza informatica. Svolge attività di consulenza nel riposizionamento strategico e nell’innovazione anche in ambito turistico. L’argomento di uno dei due incontri di Hangar è stato: l’innovazione usando come metafora la musica e in particolare le sinfonie di Mahler.

La musica è un linguaggio universale, esattamente come le narrazioni che vengono percepite e rimangono memorabili perché la nostra mente “funziona a racconti”. Le storie che ci ha regalato Gigi sono state tutte emozionanti e memorabili ma in particolare mi soffermerei sull’espressione che vedete nell’immagine di introduzione:

“L’innovatore crea mondi, metafore, sogni che, per quanto incredibili, vengono percepiti come possibili e l’innovazione è la trasformazione del possibile in reale”

Quindi l’innovatore è, prima di tutto, uno storyteller. Uno di quelli veri perché è in grado di creare qualcosa che “sospende il giudizio” in chi ascolta e lo porta ad immaginare una realtà, una possibilità. Che poi si concretizza.

Un’altra bella imbeccata di Gigi è stata la frase che l’innovatore non è (sempre) un rivoluzionario, non stravolge ciò che trova, lo prende e lo trasforma in altro. Spesso fa fuoco con la legna che ha, ma un fuoco bello ampio e potente.

La bellezza dell’incontro con Gigi, per me, è rappresentata dal fatto che mi ha aperto delle finestre dalle quali vedere un paesaggio, alcuni particolari poi ce li ho messi io…vi condivido cosa ho aggiunto, come storyteller, al suo pensiero: l’innovatore parte dagli elementi che trova per farli diventare storia differente, mai sentita, piena di fantasia, ispirante che deve trovare concretezza negli obiettivi. Quindi, in questo caso, lo storyteller potrebbe coincidere con lo storyholder: il primo narratore d’impresa diventa l’imprenditore-innovatore, connubio perfetto per una impresa – IMHO -.

Spesso potrebbe valere la pena, quindi, di cambiare punti di vista e non distruggere tutto per ricostruire: una bella spolverata ai racconti di una impresa, qualcuno che li veda in un modo diverso e li porti al pubblico con efficacia. In ogni caso, innovare (e rivoluzionare) sono atti di coraggio, raccontare il coraggio serve a rendere patrimonio comune le imprese e gli imprenditori, serve a far diventare tutti un po’ coraggiosi e innovatori. 

Qui trovate il profilo completo di Gigi

Qui invece un po’ di cinguettii dall’evento Hangar 2:

 

Design Thinking in Storytelling

design thinking davide folletto casali

Il Design Thinking é un approccio all’innovazione che pone al centro l’uomo e che attinge dagli strumenti dei designer per integrare i bisogni delle persone, le opportunità della tecnologia e i requisiti per il successo aziendale.

Visto come sono stato brillante nel definirvi il Design Thinking? Sapete perchè? Perché non è una definizione mia, è di Tim Brown, attuale CEO di IDEO, nota azienda di design di Palo Alto – California.

Ho potuto sperimentare questo approccio seguendo il workshop (a cui ne seguiranno altri…ah se ne seguiranno!) che abbiamo organizzato in Bottega Miller il 17 dicembre e tenuto da Davide ‘Folletto’ Casali.

Davide è User experience director e Startup advisor, con una formazione ibrida tra psicologia, design e tecnologia, attualmente lavora in Automattic (WordPress) a Londra.
“La semplicità è la massima sofisticatezza”: ispirato da Leonardo Da Vinci, Davide ha deciso di specializzarsi in social experience design, behaviour change e motivazione, con più di 11 anni di esperienza. Ha partecipato come speaker ad alcune delle più importanti conferenze mondiali sul design, tra cui Interaction 2014, Lift, Creative Mornings, Mex 2013, UX Australia 2013.

Dato il suo CV, si capisce perché con una semplicità pazzesca ci ha introdotto al Design Thinking. Ne sono uscito colpito ed illuminato, tanto che ho provato a leggere la questione in chiave Storytelling, in particolare riguardando i fondamenti di questo approccio, ecco a voi:

  • Umanitá: L’approccio è human-centered, esattamente come nella narrazione, abbiamo sempre a che fare con uomini e donne. I racconti vengono ascoltati da orecchie, visti da occhi e percepiti da cuori. Anche nel b2b: chi (quale persona, con quale mansione) leggerà la nostra storia di servizio o prodotto all’interno della potenziale ‘azienda cliente’?
  • Apri e chiudi: E’ un processo di apertura e chiusura, ovvero aprire i progetti per trovare ispirazione, ma poi saper chiudere al momento giusto per focalizzarsi sull’obiettivo. Anche nella costruzione e nella ‘consegna’ del racconto è utile lasciarsi contaminare ma si deve avere ben chiaro il perché di una storia, ad un certo punto si dovrà ‘chiudere’ per non perdere di vista gli obiettivi (e per fare in modo che la storia non ci sfugga di mano).
  • Itera: processare i progetti più volte con una visione chiara degli obiettivi, fare in modo che ‘possano girare’ all’interno del team di sviluppo e oltre. Io leggo questo passaggio come il fatto che una stessa storia abbia bisogno di girare nei cuori e nei sensi di più persone con più punti di vista, per essere ripresa, corretta, trasformata e perché diventi una storia potente.
  • Innovazione incrementale e radicale: non avere paura di ‘saltare’ per innovare e guardare le cose in modo differente ma migliorativo. Costruire un approccio che sia coraggioso, innovativo ma incrementale. Progettare le storie in team é creare contaminazione, è integrare ed unire elementi unici in modo che siano una storia univoca più potente delle singole che la compongono. Facile? No, ma tremendamente efficace.
  • Sperimenta: senza paura di fallire, fallisci e impara da ciò che è successo. Le storie più belle sono quelle che vedono una rinascita dal fallimento. Sei una azienda e costruisci la tua storia? Pensa a tutte le volte che hai innovato, hai fallito e sei rinato, oppure tutte le volte che sei caduto e hai imparato cosa dovevi fare, in cosa dovevi investire… Sei uno storyteller e stai costruendo una storia per qualcuno? Osa e chiediti sempre come misurare i risultati della narrazione, e se il messaggio non arriva al pubblico potrai capire perché e migliorarlo.

Appassionatevi al Design Thinking, per me è stato un bel regalo di Natale (di cui ringrazio in primis il bottegaio Matteo), lo giro anche a voi, cosa ne dite?

PS: non è un regalo riciclato, devo ancora scartarlo per bene… 😉