be more human reebok diana
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Be More Human – storie di narratori

pic. credits: gentile concessione di mia moglie (quella più vicina al mondo Reebok in famiglia…)

“Qui, non siamo eroi, ma semplici narratori.”

Reebok predica bene e razzola male, in senso positivo però. 

Perché la sua campagna è interessante, almeno per due punti di vista che vi voglio condividere:

Prima di tutto il cliente deve essere il nostro eroe, ma diventa “eroe al quadrato” quando gli permettiamo di raccontare la sua storia. In questo caso non si parla di identificazione ma chi racconta diventa anche il protagonista in prima persona, eroe – narratore. Nonostante Reebok non voglia rivolgersi ad eroi, lascia però il pacchetto completo al pubblico, permettendogli di scegliere di scrivere la sua storia e quindi di diventare l’eroe del suo stesso racconto.

Il secondo elemento che voglio condividere è l’aggettivo ‘semplice’. Riporta il mondo della palestra e del fitness al “muoviti anche tu che stai facendo le scale per prendere la metropolitana e sei stato seduto in ufficio tutto il giorno”, questa frase e il claim “Be More Human” richiamano immagini di persone che faticano per raggiungere un obiettivo ma che NON sono perfetti supereroi definiti e pettinati. Sono me. 

Su entrambe le considerazioni metto in evidenza la ‘centratura’ di questi due concetti:

Break Your Selfie: il selfie è una forma di racconto di noi stessi, al limite della patologia per qualcuno, nel quale vogliamo comparire in prima persona, belli affascinanti o circondati da persone o contesti quantomeno ‘invidiabili’. Reebok ci inviata stravolgere il racconto nella sua parte estetica, invitandoci a dare l’immagine di sofferenza nell’atto sportivo.

Badges of Honor: avete presente i capelli perfetti di un Cristiano Ronaldo qualsiasi? Dimenticateli. Ciò che raconta di chi si sforza di raggiungere il suo obiettivo, nella vita come nello sport, sono le cicatrici, i tagli, le sbucciature. Sono i segni di chi fallisce ma è ancora lì che combatte e cerca di arrivare al tesoro finale. Le storie più potenti sono quelle che parlano di fallimento e risurrezione (quante volte l’avrò già detto? 😉 )

PS: Reebok non è nuova a queste narrazioni che incontrano il pubblico ‘comune’, guardate qui sotto, correva l’anno 2003. Secondo voi, che tipo di pubblico vuole coinvolgere?

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