Come è umano lei

Fantozzi storytelling

Dire che Paolo Villaggio, con il personaggio di Fantozzi, abbia fatto storytelling è giusto? La mia risposta è sì. Assolutamente sì.

E voglio condividere con voi almeno tre idee.


Come è umano lei.

Una delle frasi che più spesso ho ripetuto per imitarlo. È usata dal ragioniere per dire quanto, in realtà, il mega direttore di turno non lo sia.  L’idea di raccontarsi in modo umano dovrebbe essere un must per le aziende, per tutte le aziende. Più che altro si dovrebbe comunicare focalizzandosi su di un pubblico di persone, prima ancora che di consumatori, target, clienti.

Pensare alla parte umana significa concentrarsi sui valori, vero punto di contatto tra azienda e pubblico, anche (e soprattutto) per le storie di business.


Fantozziano

Cliccate qui (poi tornate a leggere però…). Il termine “Fantozziano” è finito nel vocabolario della lingua italiana. Ci è finito dopo qualche tempo rispetto all’uscita dei film, quando tutti hanno cominciato ad usarlo per definire una propria situazione: nel lavoro, nella vita, nel tempo libero.

Chi, qualche volta, non si è sentito un po’ ragionier Fantozzi nella sua vita?

Senza nulla togliere al fenomeno “petaloso” e all’intento della maestra, per Fantozziano, nessuno ha scritto all’accademia della Crusca per creare un neologismo. A mio avviso, è stato un processo diverso, arrivato dal basso, si è diffuso in modo capillare tra le persone. Come un bel racconto.


La megaditta

Forse è voluto o forse no, ma la megaditta dove il Ragionier Ugo Fantozzi “subisce” non ha un nome preciso. Però è rappresentata perfettamente da tutti i colleghi e superiori che la popolano: il ragionier Filini, il geometra Calboni, la signorina Silvani, i vari ‘duca conte’ e ‘megadirettore galattico’. Ognuno con le sue caratteristiche, peculiarità e storie.

Mi vengono in mente alcune domande:

  • Per il racconto interno: Chi sono i miei colleghi? I miei collaboratori? Quanto incidono sulla identità dell’azienda? Quanto sull’immagine dell’azienda?
  • Per il racconto esterno: Con chi vuole parlare il mio pubblico? Con quale figura professionale vuole interagire? In che modo?

E la vostra megaditta, come si racconta? 

Storytelling è “tenere aperto”

Immediatamente dopo l’analisi, c’è una fase fondamentale e imprescindibile dello storytelling: la progettazione.

Se analizzare è, sostanzialmente, trovare il lettore giusto per le nostre storie, credo che progettare significhi dare una direzione, guidare l’ascoltatore all’interno di un percorso narrativo. Gli obiettivi stanno alla base del progetto e devono essere condivisi con il pubblico (utilizzando la storia stessa) in modo da rendere tutto più coinvolgente e immersivo.

È ovvio che, quando gli obiettivi della storia e quelli del pubblico coincidono, come storyteller, abbiamo fatto centro.

Ma può succedere che qualcosa stia oltre la progettazione, specialmente quando si lavora con l’autenticità dei racconti: quando si esce a “girare”, quando si va sul campo ad intervistare, ad incontrare le persone che vivono l’azienda.

Quando ho iniziato a lavorare con Matteo Bellizzi, e quindi a portare un po’ di tecnica del documentario all’interno del corporate storytelling, mi sono segnato una cosa importante che mi ha detto: il modo migliore per lavorare con la realtà è quello di “tenere aperto” sempre. In pratica si tratta di progettare la storia riservandosi di uscire con le telecamere in piena serendipità. Cioè la capacità di cogliere quello che succede, indipendentemente da ciò che viene pensato o scritto, e portarlo a casa.

Magari ne esce qualcosa di buono. Al di là della stretta progettazione.

Un paio di sabati fa, con tre allegre ragazze (studenti in enogastronomia), siamo andati in giro per le campagne risaiole alla ricerca del risotto perfetto. Sì per lavoro, anche se potrebbe non sembrare. Il progetto narrativo è ben definito, ve la faccio breve: le tre ragazze girano per i territori coltivati a riso e cercano il risotto perfetto incontrando varie figure, una signora anziana, una famiglia, alcuni organizzatori di feste, uno chef. Alla fine troveranno il risotto perfetto, ma non faccio spoiler.

storytelling tenere aperto

Girando alcune scene in una cascina abbiamo “tenuto aperto” perché casualmente ci siamo imbattuti in Chiara Sgaramella e Nadia Pugliese, due delle vincitrici, insieme a Paola Pasquaretta, Fabio Roncato e Silvia Rossi, del bando “Atlante Energetico” promosso dal GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e la Fondazione Spinola Banna per l’Arte. Si tratta di una esperienza di residenza e formazione dedicata ad artisti under 35 attivi sul territorio nazionale promosso grazie al contributo della Compagnia di San Paolo.

Il progetto Atlante Energetico (pensato dall’artista Elena Mazzi) si snoda in diversi percorsi che continuamente si intrecciano e dialogano tra di loro. Il tema principale che verrà investigato è quello dell’energia, che viene qui declinato in variegati aspetti che coinvolgono il territorio piemontese, il suo paesaggio e una delle sue risorse alimentari principali: il riso.

Le opere nate da questo lavoro di ricerca interdisciplinare sul paesaggio e sulla storia delle risaie saranno esposte presso la Fondazione Spinola Banna dal 24 al 30 di giugno (leggi i dettagli).

Chiara ci ha spiegato: “Ho creato una collezione itinerante di documenti che illustrano l’influenza del riso sulla geografia e la cultura di territori diversi e distanti tra loro. Nadia ha ritratto le terre di baraggia facendo ricorso ad antiche tecniche di fotografia. Paola ha curato una raccolta di short stories ispirate a Larizzate (VC), un borgo che in passato viveva di risicoltura. Le sculture in cera d’api di Fabio incarnano invece le suggestioni del paesaggio liquido della risaia mentre il lavoro di Silvia indaga le valenze nutritive e simboliche del riso, alimento fondamentale in numerose culture, esplorando le dimensioni sottili del concetto di energia.

“Tenere aperto”, secondo me è questo, cercare storie nelle storie, seguirle e lasciarsi contaminare.

Sì, anche al di là della progettazione.

 

In Linea

InLinea Open controstudio vercelli
Avete mai pensato al concetto di “linea”?

In campo geometrico, la linea è una serie infinita di punti adimensionali, succedentesi in modo “continuo”; essa possiede dunque una sola dimensione, la lunghezza, e manca di larghezza e di profondità. Et voilà la definizione da Wikipedia è servita! Ma questo concetto può avere una interpretazione anche più articolata, e l’ho capito lavorando ad un evento per uno studio di architettura ed ingegneria.

Venerdì 26 e Sabato 27, il Consiglio Nazionale degli Architetti, Paesaggisti e Pianificatori ha indetto due giorni di ‘Studi Aperti’. Gli studi italiani si sono aperti al pubblico per avvicinarsi alle persone e farsi conoscere meglio. Controstudio di Vercelli ci ha invitato al loro evento che è stato tutto dedicato al concetto di linea.

Bellissima l’idea di ingresso, Michela, Silvia e Marco hanno tracciato una linea nera su di un cartellone e hanno lasciato la possibilità agli ospiti di personalizzare una parte della stessa con dei pennarelli colorati messi a disposizione, ecco cosa ne è uscito:

InLinea Open Controstudio
ph. credit: M. Porta

Anche per le storie, la linea è un ottimo concetto su cui riflettere. 

Mi piace l’idea di “elemento minimo”, nella narrazione. L’essenzialità: un tratto, pochi elementi che però riescono a coinvolgere l’ascoltatore e mi viene in mente un esempio fatto da Alessandra Cosso al master in Storytelling IULM, sei parole per una storia: “For Sale: baby shoes, never worn” di Hemingway (mica l’ultimo…). Perché coinvolge? Perché succede come per la linea disegnata da Controstudio, si lascia interpretare da chi la vede. Viene ‘consegnata’ all’ascoltatore che la rende sua, ci gioca e la trasforma in altro.

Mi piace la parola “allinearsi”. In particolare il significato di entrare in sintonia, perché questo è uno dei motivi per cui ci piacciono le belle storie: ci consentono di entrare in sintonia, prima di tutto, con noi stessi e poi con chi ce le racconta.  Sempre al master ho scoperto che quando due persone si raccontano storie, i loro cervelli, fisicamente fanno gli stessi movimenti. É una delle rare occasioni in cui la sintonia non è solo ascolto ma perfetta interazione e coinvolgimento della persona nella sua totalità.

E la vostra linea come è fatta? Qual è la prima linea che vi viene in mente? Di pensiero, di azione, di confine, di orizzonte… se volete, avete spazio nei commenti.

Senti un po’ che storie

Fabrizio Bocci Eudaimon storie

“Prova a sentirlo…” avete mai pensato a quanto questa frase può essere profonda? Quante volte l’avete detta riferita a qualcuno, ipotizzando una telefonata, una chiacchiera. Per costruire storie efficaci è il primo passo, quello fondamentale.

“Sentire” il proprio interlocutore è una operazione profonda e, spesso, trascurata, nonostante contenga la chiave del successo di uno storytelling efficace. Soprattutto in ambito aziendale.

“Sentire” come provare una sensazione, percepire un racconto come calzante per la propria vita (e vita di impresa): sentirselo addosso. Oppure come essere in sintonia con il proprio pubblico, così in sintonia da riuscire a raccontare una storia nella quale l’ascoltatore si senta allineato con i valori che la vostra impresa esprime.

“Provare a sentirlo” è capire l’identità di un servizio o prodotto e percepire quanto essa entri a far parte della storia di ognuno di noi. Ed è una pratica per fare in modo che chi possiede le storie, chi le racconta e chi le ascolta si senta coinvolto dalla narrazione di impresa.

Ecco perché, io e Matteo, abbiamo “sentito” la storia di Fabrizio Bocci completamente nostra. Perché Eudaimon ci ha dato fiducia e ha voluto “sentire” il pubblico di riferimento coinvolgendolo in una narrazione.

Ho fatto qualche domanda ad Alberto Perfumo e Paolo Schipani di Eudaimon sul progetto di narrazione che stiamo, insieme, costruendo, ecco cosa hanno risposto.

Alberto Perfumo Eudaimon
Alberto Perfumo

M: Alberto, chi sei e cosa fai in Eudaimon?
A: Sono socio e AD di Eudaimon, in pratica faccio un po’ di coordinamento generale e seguo più da vicino gli aspetti commerciali.

M: Quale messaggio ti sembra più azzeccato per Eudaimon di tutta la storia di Bocci? Perché?
A: Un’azienda in cui si sta bene è un’azienda che sta bene. E’ il punto da cui siamo partiti quando abbiamo fondato Eudaimon. Nella prima brochure e sulla parete di ingresso campeggiava questa scritta: “Credi che le persone siano qualcosa al di sopra di ogni misurazione ? Sei convinto che le loro capacità crescano illimitatamente quando esse cominciano a pensare? Credi che il successo della tua impresa dipenda dalla soddisfazione di chi ci lavora?”

M: Nel vedere la storia di Bocci, in quale parte ti sei sentito più coinvolto?
A: Mi piace quando Bocci comincia a pensare: “quando è stata l’ultima volta che …”

M: secondo te come potrebbe continuare questa storia?
A: Il seguito, forse un po’ banale, è la storia che racconta il mio “libro”, con l’intervento di Eudaimon e l’incrocio delle diverse esperienze dell’azienda e delle persone.

Paolo Schipani Eudaimon
Paolo Schipani

 

M: Chi sei e di cosa ti occupi in Eudaimon?
P: Sono Paolo, ho 33 anni, sono in Eudaimon da 6 anni e seguo la parte di marketing e comunicazione.

M: Nel costruire questa storia quale è stata la parte che hai preferito, quella in cui ti sei sentito più coinvolto?
P: Mi è piaciuto molto il percorso che ci ha portato al risultato finale: sono stati mesi durante i quali abbiamo provato a “raccontarci a noi stessi”, e sono serviti per conoscerci meglio. Solo così siamo riusciti ad arrivare a un risultato ottimo: la storia di Fabrizio Bocci.

M: In cosa ti senti più vicino a Bocci? E più lontano?
P: Mi sento vicino nella necessità, a volte, di cambiare la prospettiva con la quale si guarda alle cose: a volte la soluzione è semplice, ma “abbiamo sempre fatto così” ci incatena. Mi sento lontano nel suo essere diventato un’icona sexy! Capita ormai che quando partecipiamo o organizziamo eventi mi si chieda esplicitamente: “sì…sì.. se vuoi, tu vieni pure…ma Bocci c’è?!”.

M: Secondo te come potrebbe continuare questa storia?
P: Sarei curioso di sapere le opinioni del Dottor Baldi, il capo di Bocci, dopo “la scelta buona” che ha presentato in riunione. Chissà che anche lui – il Baldi – non abbia messo in discussione le sue parole chiave che raccontavano il welfare soltanto come un’opportunità fiscale…

Racconta qualcosa di nuovo

Bianca Borriello TEDx Trento

8 marzo. E tutti in coro: “la festa della donna”. Ecco, questa volta non vorrei fare i soliti auguri o esordire con la classica frase: “anche se le donne vanno festeggiate sempre oggi è comunque un giorno speciale ecc… ecc…”. Mi piacerebbe scrivere un pezzo che racconta qualcosa di nuovo.

Mi piacerebbe dire una cosa nuova a tutte le donne che incrocerò oggi, raccontare una storia nuova che parli delle donne che conosco meglio, quelle che mi stanno vicino e lontano. Provateci anche voi, da uomo a donna, da donna a donna, da voi stesse a voi stesse.

Lasciatevi andare e trovate qualcosa di nuovo, che non avete mai detto alla donna chi vi trovate di fronte. Secondo me, è il migliore degli auguri.

Per Bianca mi riesce facile: mi dà speranza. Dopotutto le storie ci allenano a vivere e quella che potete ascoltare nel video, la sua storia, mi allena alla speranza. Direi a diventare cintura nera di speranza.

 E qui di seguito trovate una nostra chiacchierata on line (trasformata in intervista):

Qual è la tua favola preferita che ha per protagonista una donna? Perché?

La mia favola preferita è Alice nel paese delle meraviglie. Ero una di quelle bambine che entrava nel letto di testa, scavando sotto le coperte come un bruco nella terra, speravo che prima o poi in quel buio avrei trovato il passaggio per un altro mondo.
Peraltro un mondo in cui mi sarebbe tornato utile il mio bizzarro senso dell’umorismo linguistico. E poi Dorothy del Mago di OZ. Se ci ripenso con lo sguardo di oggi erano due bambine normali, mediamente imbranate, che affrontavano imprese straordinarie.

Mi ha colpito la frase “il punto su cui tenere lo sguardo”. Quali sono i punti o qual è, secondo te, il punto su cui le donne di oggi dovrebbero tenere lo sguardo?

La prima sensazione dopo la diagnosi è stata quella di uno sparo in uno stormo. I miei pensieri, che prima si muovevano in modo più o meno organizzato da un punto ad un altro, erano spariti. Ripartire dalle piccole cose facili è stata l’unica strategia che ho trovato. In condizioni normali credo che dovremmo provare ad allenare uno sguardo “a palombella”, che scavalchi l’ostacolo prossimo per mettere a fuoco le opportunità future. Sai che opportunità viene da pòrtus? Vuol dire porto, e noi donne abbiamo iniziato tardi, come in altre cose, ad andare per mare. Dobbiamo recuperare con l’allenamento ciò che ci manca in esperienza.

Se Bianca di oggi potesse tornare indietro e parlare con Bianca di 10 anni fa, cosa le direbbe? Da donna a donna.

Da Bianca a Bianca.
Tesoro, hai presente “le discese ardite e le risalite”? Ecco, fai conto una canzone di Battisti però con echi amplificati da una tecnologia che non sto a spiegarti, perché tanto poi aggiornano l’algoritmo e va tutto a pallino.
Lo so che oggi, in questo preciso istante, 8 marzo 2007 – ah, disinvesti quei quattro spicci, poi ti spiego – avresti bisogno di sentirmi dire che andrà tutto bene, ma ti conosco e corro il rischio che molli la presa e finisci chissà dove.
Resta concentrata. Quello che hai imparato fino a qui ti servirà, e imparerai di più, e servirà anche ad altri. (E comunque siamo in cinque, quindi avevi ragione, si sbagliavano tutti).

E a Bianca tra 10 anni?

Ehilà. Stiamo tutti bene? Si vede la luce in fondo al tunnel dell’adolescenza? Dimmi solo questo, su tutto il resto non spoilerare che lo sai come sono fatta, poi mollo la presa e finisco chissà dove.
Ti lascio due appunti così ti ricordi di essere passata da qui: complimenti! Hai quasi cinquantadue anni, oggi ci metteresti la firma col pennarello indelebile. Tienine conto quando ti guardi allo specchio e ti reggi la faccia per ridare una forma alle guance.
Nell’ultimo anno e mezzo sono successe un sacco di cose impreviste, quindi risparmia tempo sui programmi e accontentati di un centro di gravità temporaneo. Però metti via la crescenza che alla tua età il colesterolo è bastardo.

Ultima domanda, esiste un segreto (o più) per trasformare una storia di difficoltà in una di speranza? (Anche per noi ometti, facciamo gli imbucati alla “festa”…)

“Consider what you have as a gift and what you miss as an opportunity” me lo hanno insegnato due cari amici molto prima che ne avessi bisogno ed era lì, a risuonare nelle mie orecchie quando è stato necessario ritrovare il bandolo della matassa.

Storie a 360 gradi

storie a 360 gradi clouds over sidra

Odio l’espressione “a 360 gradi”, soprattutto quando deve descrivere una professione: “racconto storie a 360 gradi” cosa sei, un ‘calcinculo’ dello storytelling?

Eppure, questa volta a Meet The Media Guru, ho dovuto cedere e dire che l’esperienza è stata proprio quella di trovarmi dentro una storia a 360 gradi. Ovunque si guardasse: sopra, sotto, a destra o a sinistra ci si immergeva nella storia che i due guru hanno voluto raccontarci.

Il primo appuntamento 2017 è stato con Gabo Arora, regista e direttore creativo delle Nazioni Unite e Tim Jones, pioniere della rigenerazione urbana con il progetto Artscape di Toronto.

Clouds Over Sidra

I due guru hanno realizzato un video documentario utilizzando la tecnologia che permette le riprese a 360 gradi della realtà. Attraverso un visore è possibile, per lo spettatore, immergersi nella vita quotidiana del campo profughi di Sidra, in Giordania.

Con questa particolare tecnologia, la narrazione ha stimolato negli spettatori una concreta sensibilità verso l’accoglienza, raddoppiando le donazioni.

Lo storytelling immersivo.

La tecnologia abilita, si sa, e in questo caso si tratta di strumenti che ti consentono di immergerti in un posto senza esserci. Fanno sì che il regista possa portare le storie al pubblico in senso totale e il pubblico possa farsi trasportare fisicamente. Il movimento del corpo (la testa nello specifico) fa accadere qualcosa all’interno del documentario.

Un esempio?

Un gruppo di bambini raggiungono l’osservatore. Se quest’ultimo continua a guardare dritto ad un certo punto osserverà la linea dell’orizzonte ma non appena abbassa la testa vedrà i bimbi attorno a lui.

Immaginazione, Presenza, Azione.

Secondo me non è un caso che si tratti di un “movimento della testa”. Infatti è sempre la testa, ma la parte più interna, comunemente detta cervello, che è coinvolta nel vero storytelling. Lasciando parte del racconto al pubblico si stimola l’immaginazione che porta all’empatia.

Così definisce l’empatia Gabo Arora parlando di “Clouds over Sidra”.

Empatia Gabo Arora Clouds Over Sidra

Il terzo punto della slide descrive il concetto di “presenza” come far vivere al pubblico, anche solo per un attimo, il mondo che sta vedendo.

Aggiungo una domanda: come viviamo la realtà?

E mi do anche una risposta: ci raccontiamo, più spesso di quanto immaginiamo, il futuro. Da quello più prossimo a quello più remoto. Si tratta di immaginazione: è ciò che vogliamo perché ci piaccia un racconto.

Se ci piace, ci sentiamo coinvolti, spinti a fare qualcosa. A volte non c’è nemmeno bisogno di una ‘call to action’ esplicita, con elementi narrativi così forti siamo noi stessi a sentire una personale chiamata ad agire.

Provateci, basta poco

Poi ditemi qualcosa… 😉


Durante l’evento ci sono stati un bel po’ di tweet con hashtag #meetsidra.

Un grazie particolare a Margherita e Stefania perché mi hanno sopportato e hanno anche messo tutti ottimi tweet in inglese, che “fa più figo”…

Le storie da tenere in tasca (sempre)

le storie in tasca
Sapete cosa vuol dire Hip Pocket?

Sono le tasche dei pantaloni, in particolare quelle dietro, nelle quali è pericoloso tenere il portafoglio. Come dice Wordreference tra gli esempi del possibile utilizzo della parola.

Mi ha incuriosito il termine leggendo Business Storytelling for Dummies“, al capitolo 4: “Stories to have in your hip pocket”. Le due autrici suggeriscono 7 tipi di storie da portarci sempre dietro, pronte all’uso. Racconti brevi e accattivanti che faranno sicuramente colpo sul nostro interlocutore, soprattutto se interlocutore di business.

Ecco le sette storie:

1. Storie di Fondazione

Tutti quei momenti fondamentali che ti hanno fatto diventare ciò che sei oggi. Il racconto di questi momenti è come unire i puntini di un disegno a ritroso e dire: “se oggi sono così, è grazie a questi episodi”. La stessa identica cosa vale per le aziende: come è nata la tua impresa? Quali sono stati gli episodi fondanti? Per risolvere quale tipo di necessità è nata?

2. Storie di valori

Esistono delle storie che parlano di profondità, di valori indiscutibili per cui schierarsi e non scendere a compromessi (so che state annuendo con la testa), quali sono? In quali occasioni vi siete alzati in piedi dicendo che voi credete in quel valore?

E come imprenditori, impiegati, artigiani, professionisti, dirigenti? Quando avete “detto” che la vostra impresa si schiera per un determinato credo? Come lo avete fatto?

3. Storie di cose fatte

Sembra facile, ma vi siete mai chiesti che cosa fate? Sì, nello specifico, che lavoro fate? Se avete una storia sul vostro lavoro, sulla vostra attività, usatela. Diventerà più semplice far capire a chi vi ascolta. Nel mio caso sono le storie da tasca che funzionano meglio e coinvolgono di più.

4. Storie di futuro

“Come ti vedi tra dieci anni?” è una domanda che mi piace molto, che mi fa pensare ad una visione per il futuro, una storia che è bene raccontarsi e definire nei particolari. Possiamo chiamarla scenario (o vision) ma è importante averla sempre a portata di mano.

Se siete più bravi potete chiedervi come vi vedete anche tra 20, 30 o 40 anni. Oppure (come faccio io) farvi la domanda ogni dieci anni. Ah, quasi dimenticavo, alla domanda bisogna rispondere, ovviamente.

5. Storie di successo

Quali sono gli episodi in cui avete vinto? Raccontatevi tutte le volte he avete avuto successo, segnatevi bene perché siete stati vincitori, fissatevi nella mente i “particolari della vittoria”. Serve per costruire le famose case history e anche per motivarvi nei momenti più bui.

6. Storie di passaggio (degli ostacoli)

Le sconfitte devono essere raccontate perché insegnano.

Una sfida persa nasconde sempre una opportunità, la storia della sconfitta deve essere completata dal modo trovato per proseguire. Anche quando perdere ci ha obbligato a cambiare strada: è stato comunque un modo di superare l’ostacolo.

7. Storie di clienti memorabili

Lasciare spazio al cliente vuol dire ricordarsi di lui e della sua storia. Il nostro racconto ha incontrato il suo in modo memorabile e unico. Cosa ne pensa? Come l’ha percepito? Parliamo di questi episodi e mettiamoli al centro delle nostre narrazioni di impresa (leggasi: blog aziendali con case study dedicati ai clienti).

Avete già cominciato a scrivere? Io sì e ho notato una cosa: le storie del punto uno e del punto due sono molto simili, se non identiche…che caso eh? 😉

Essere Grande, Gigante e Gentile

Il Grande Gigante Gentile storytelling
Sono andato a vedere il Grande Gigante Gentile.

Ci sono andato con una amica che di Grande, Gigante e Gentile ha il cuore. Vi consiglio di fare lo stesso: sia di andare a vedere il film, sia di vederlo con una amica (o amico) che abbia un cuore bello grosso.

Si tratta di una favola scritta da Roald Dahl, che conosco molto poco e, da storyteller e da uomo, me ne vergogno. Rimedierò.

La trama (quasi copiata da wikipedia ma senza spoiler, leggete tranquilli…)

Una notte, non riuscendo a dormire, Sofia vede oltre la finestra dell’orfanotrofio un gigante. La mano enorme dell’essere la strappa via dal letto e la porta nel paese dei giganti, nella sua grotta. Una volta arrivati, Sofia teme di essere mangiata, ma il gigante si rivela essere buono e sensibile, parla in modo strambo e mangia solo cetrionzoli (strani vegetali ricoperti di protuberanze rugose e strisce bianche), l’unico cibo che cresce in questo paese.

Il suo lavoro è portare sogni alla gente, e ha rapito Sofia solo per evitare che la bambina facesse parola dell’esistenza di esseri terrificanti e altissimi. Gli altri giganti invece ogni notte s’ingozzano di persone. GGG (questo diventa il nome del gigante per la piccola) vorrebbe fermarli una volta per tutte, ma non sa come, e allora Sofia decide di aiutarlo: il loro piano prevede di creare un sogno per coinvolgere la regina d’Inghilterra. Da qui in poi non vi dico più nulla per evitare spoiler.

Il Gigante ha le orecchie grandi

“Sente ogni mormorio dell’universo”. Sappiamo quanto sia importante l’ascolto per chi si occupa di comunicazione, in particolare, chi vuole raccontare la propria storia deve saperla ascoltare.  Le imprese che vogliono narrarsi sono chiamate alla contaminazione, che, a mio avviso, vuol dire ascoltare tutto ciò che fa parte del loro mondo (concorrenti, clienti, prospect…) e anche ciò che esce dalla sfera stretta di interesse dell’azienda. Allargare le proprie orecchie, essere curiosi dell’universo intero, significa averne una infarinatura e lasciarsi ispirare per vedere il proprio mondo da angolature diverse.

Il Gigante soffia i sogni

È, inoltre, mimetico e rapisce Sofia proprio per non essere visto, per fare in modo che il suo mondo rimanga sconosciuto. Secondo me, il narratore di una storia aziendale deve restare mimetizzato quanto più possibile, nascosto alla vista del pubblico. Specialmente se si tratta della azienda stessa, deve comportarsi come il gigante, deve essere discreta per quello che basta affinché sia il pubblico a sentirsi il vero protagonista. L’idea è quella di ‘portare’ le storie al pubblico ‘soffiandole’ per lasciare all’ascoltatore/lettore la parte più importante: quella di viverle.

Quando vedrete il film, se non l’avete già fatto, noterete la cura con cui GGG prepara i sogni. Li sceglie, li maneggia con sapienza, li conosce e sa esattamente a chi portarli, questo vi dice nulla? 😉

Il Gigante e i sogni cattivi

Perché esistono sogni cattivi, brutti, sconvenienti. Come esistono storie negative, quelle storie che non avremmo mai voluto leggere né raccontare, che però possono diventare utili. Un esempio è la “Fuck Up Night” un format, in cui le persone (imprenditori, per lo più) raccontano i loto fallimenti: http://fuckupnights.com/ . A cosa servono le storie ‘brutte’ di fallimento? A dirci che siamo umani (dobbiamo permetterci di fallire), a prenderne solo le parti che possono farci migliorare e, nel caso delle Fuck Up Night, a provare quella sensazione (perchè no?!) di ‘mal comune, mezzo gaudio’.

Il Gigante colleziona i sogni e li tiene al sicuro

Diciamo che catturare e collezionare sogni è una parte importante del mestiere del GGG. Potrebbe esserlo anche per noi imprenditori, abbiamo degli strumenti per collezionare storie? Dobbiamo conservarle in luoghi sicuri, in modo di evitare che vadano perse e dimenticate. Magari un racconto deve rimanere al sicuro finché non arriva il suo momento, oppure deve essere preparato a dovere per uscire nel modo corretto. Ogni storia ha il suo tempo e i suoi modi per essere efficace. Quali sono secondo voi? Parliamone…

Punk 2017: “One Two Three Four Normale”

punk 2017 storytelling
Il Punk è stato il mio primo amore, la mia prima passione musicale.

Amo, ancora oggi, il particolare incipit live della maggior parte dei pezzi dei Ramones: “OneTwoThreeFour”. Quelli bravi a suonare lo chiamano il “quattro quarti”, è un modo di tenere il tempo semplice, essenziale, asciugato di ogni complicazione (e preoccupazione).

Alla fine degli anni 90′ avevo un gruppo, i Punka, con loro si usava spesso l’espressione: “E’ un onetwothreefour normale no?!” per capire se si trattava di un classico incedere punk di un brano. La sostanza, in fin dei conti, era quella. Poi veniva la linea di basso, la melodia della chitarra e della voce, e i locali si riempivano, la gente ballava, il clima si creava in una congiunzione di variabili semplici, leggere e allo stesso tempo così fondamentali.

Ecco cosa voglio per il 2017.

Voglio recuperare la leggera essenzialità del punk. Voglio la spina dorsale di una racconto. Voglio il potere del one-two-three-four, quello che detta il tempo di un brano, perché agli abbellimenti ci penserò più avanti o ci penseranno altri musicisti.

Io voglio, per il 2017, quella leggerezza per riuscire a cogliere le cose per cui davvero vale la pena. (a proposito di leggerezza nelle storie, se ti va, leggi anche qui)

Voglio dedicarmi alla trama del 2017,
perché è la trama che ti fa venire voglia di goderti un storia.

 

 

PS: in realtà con questa cosa del punk ho già cominciato alla fine del 2016, abbiamo festeggiato i vent’anni di formazione con un paio di concerti… 😉 

Prodotto, design o storia?

Matteo Balocco UX Design Storytelling

Bottega Miller è, ad oggi, un luogo abitato da persone. Si da il caso che queste persone facciano i lavori più diversi, abbiamo:

  • un regista
  • un coach di impresa
  • due web designer (uno pilota anche i droni)
  • una editor
  • uno storyteller (che è quello che sta scrivendo, se non si fosse capito)

E un UX Designer che “Raccoglie desideri, progetta esperienze, misura risultati. Organizza eventi. Scrive libri. Si nutre prevalentemente di orsetti gommosi, prosecco e fragole ghiacciate.” (descrizione da sito web di Bottega), Matteo Balocco, che è anche Product Manager per Tok.Tv.

Tok.Tv è una piattaforma che interagisce con le app delle squadre sportive e le fa diventare veri e propri social network dedicati ai tifosi. Praticamente, mentre segui la partita in TV, puoi interagire con chi la sta guardando, magari, dall’altra parte del mondo. Puoi mandare suoni, urla, incitamenti, immagini. Leggete qui tutti i dettagli http://www.tok.tv/ 

Matteo si occupa del prodotto, di cosa ‘dare in mano’ al pubblico: quali sono gli elementi della piattaforma, come devono essere fatti, quali funzionalità devono avere. Insomma deve confezionare qualcosa che le persone ‘vogliono’ utilizzare, ecco perché “raccoglie desideri, progetta esperienze” e soprattutto “misura risultati”.

Il processo di design di un prodotto è qualcosa di affascinante che coinvolge una serie di elementi tra cui il pubblico. Le imprese, spesso, se lo dimenticano, concentrandosi troppo sul prodotto stesso.

Parlando di storytelling per le aziende mi rendo conto che spesso non riescono ad accantonare il prodotto in favore delle persone che lo utilizzano, cosa ne dici Matteo?

Le aziende devono (uso le tue parole) “accantonare” il loro caro prodotto o servizio, nella misura in cui si tende a dare troppa importanza all’artefatto e troppo poca alle ragioni per cui questo artefatto esiste. Se proprio vogliamo andare alle origini di un prodotto o servizio, questo è quasi sempre il punto d’incontro di almeno due istanze (semplifico molto, ma è giusto per impostare un dialogo).

La prima istanza è rappresentata dalla visione che una persona, un’azienda, ha della società nel medio lungo termine. Come vivremo tra 10 anni? In che modo la mia azienda sarà parte di questo stile di vita?

La seconda istanza è rappresentata dai bisogni degli utenti e, direi, più di ogni altra cosa dalle motivazioni alla base di questi bisogni. E questi bisogni vivono nel medio-breve termine: voglio muovermi velocemente, voglio essere sempre raggiungibile, voglio poter passare il tempo mentre mi sposto in treno dalla casa al lavoro.
Il prodotto è un nodo, un’occasione per mettere in confronto la visione a lungo termine di un’azienda con i bisogni a breve termine degli utenti. Dove si debba posizionare lo storytelling in questo contesto non sta a me dirlo. Il mio parere è che più si pone sull’asse della visione, più è stabile e – potenzialmente – suggestivo. Più si pone sull’asse dei bisogni e più è volubile ma gratificante.

Quindi in ogni caso la risposta è “dipende”. Dipende dalla storia dell’azienda, da quelli che sono le finalità della narrazione d’impresa. Per esperienza direi che la narrazione raramente si limita a un singolo prodotto, bensì riguarda un ecosistema. Cercherei comunque di non glorificare né la figura del visionario, dal momento che la sua visione deve comunque passare dalla validazione del pubblico, né quella degli utenti, i quali sono mossi spesso da ispirazioni da soddisfare subito.

Cosa vuol dire che il pubblico può “partecipare” alla storia del prodotto?

Come dicevo prima il pubblico può e deve partecipare a livello di design. Il suo compito è di validare, con gli strumenti che la ricerca mette a disposizione, le assunzioni di prodotto e, salendo di gerarchia, la visione generale del top management.

Quali sono le accortezze da avere?

L’accortezza è quella di non chiedere direttamente agli utenti cosa desiderano, perché non daranno mai risposte utili e sincere al 100% (c’è un libello carino dal titolo “The Mom Test” su questo argomento), quanto osservarli per capire le ragioni del loro comportamento in un determinato contesto.

Esiste un confine tra volontà degli utenti e progettazione/realizzazione del prodotto?

L’importanza di una validazione continua della bontà delle scelte progettuali da parte degli utenti è ovvia, ma non porta ad alcun reale valore competitivo se non è combinata con la prospettiva originale che arriva dalla visione del management. Il compito di chi fa design o gestione del prodotto è quello di tracciare questo confine, che è mutevole nel tempo.

Esistono delle caratteristiche di un prodotto ‘narrativo’? Quali sono?

Il prodotto è “narrativo” nella misura in cui è parte della visione di cui parlavo prima o risponde alle esigenze contestuali degli utenti.

Hai qualche idea dell’evoluzione futura del rapporto prodotto/pubblico, cosa ci possiamo aspettare?

Non so quale possa essere l’evoluzione nel futuro. Mi limito a osservare che siamo nel pieno del successo di un rapporto fortunato tra prodotto e pubblico rappresentato dal crowdfunding. Tra l’altro servizi come Kickstarter, IndieGogo, Produzioni dal Basso, sono essi stessi la dimostrazione pratica dell’incontro tra una visione (il DIY elevato a business) e l’esigenza degli utenti (essere early adopters, pionieri). Cosa può mettere in crisi questo modello? La riproducibilità tecnologica che consente all’industria cinese, per esempio, di intromettersi in questo processo con produzioni a basso costo e commercializzazioni più rapide degli stessi prodotti crowdfunded.